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La confusione tra i partiti (di tutti gli schieramenti)

di Paolo Lingua

Nelle ultime ore si è avuta l’uscita della senatrice   ligure Elena Botto dal M5S. La Liguria non ha più senatori “grillini” e ha perduto la metà dei deputati eletti nel 2018, quando il movimento fece il suo exploit. Ma anche a livello comunale e regionale ci sono state le sortite più o meno polemiche. Il partito, che uscì sorprendentemente al primo posto  alle politiche di tre anni fa, è, sul piano concreto  pesantemente ridimensionato. Ed è difficile prevedere il suo peso rappresentativo dopo il voto del 2023.  Indubbiamente, la scelta d’una trattativa prudente, un po’ sullo stile della Prima Repubblica per quel che riguarda la riforma della giustizia, ha irritato gli iscritti della prima ora, animati da un forte spirito giustizialista. D’altro canto, né a Conte né a Di Maio, è apparso utile andare alla rottura con il rischio di uscire dal governo. Una scelta che avrebbe messo il partito fuori dal governo, con tutti i rischi connessi. D’altro canto, anche i partiti più vicini, a cominciare dal Pd, non potevano andare oltre al compromesso, tutto sommato sensato, che si è raggiunto, con le aggiunte più che accettabili, senza far saltare il senso e la logica della riforma.

 Ma il M5s ha più anime, alcune delle quali legate a un forte sentimento giustizialista, che ha come punto di riferimento il “ribelle” Di battista che, in linea di massima, protesta e  contesta, ma non si è  capito perché , alla fin dei conti, non fonda un movimento alternativo. Mancanza di mezzi economici? Paura di non raccogliere abbastanza consensi?  Se si dovesse andare al voto oggi molti partiti avrebbero una rappresentanza assai diversa – e in molti casi  assai diversa (in netto calo) rispetto a quella dell’attuale Parlamento. In particolare il M5s che potrebbe perdere i due terzi dell’attuale schieramento. Prevale per il momento la linea di restare al governo, peculiare di Luigi Di Maio, ma, di fatto, accolta anche da Giuseppe  Conte.  La questione della giustizia è stata risolta alla maniera della Prima Repubblica, con un complesso gioco di mediazioni, una scelta logica, piaccia o non piaccia a linee mediatiche oggi di moda (a parole).  Nei prossimi giorni sarà bene a livello di governo chiarire tutti gli aspetti relativi all’uso del “green pass” e della situazione della ripresa della vita scolastiche, al dine di chiudere l’esperienza negativa della didattica a distanza. In questa chiave, si è avuta la sensazione precisa d’un preciso distinguo che ormai sembra ormai definito tra il Pd e il M5s anche perché, a livello delle prossime elezioni amministrative, in particolare nei comuni maggiori, le posizioni dei due partiti sono divise. Ognuno sembra ormai puntare a candidature autonome (Rosa, Milano, forse Torino). Una realtà che si sta confermando anche in Liguria sia per le prossime elezioni per il comune di Savona, sia per Genova.

Ma le prospettive del futuro, anche quello immediato, sono complesse perché i vertici dei partiti e degli schieramenti (un discorso che vale per il centrodestra come per il centrosinistra) sono tutto sommato fragili e i rapporti tra gli schieramenti sono ondeggianti, con scelte strategiche e tattiche che oscillano tra il puntare all’alleanza costi quello che costi per tenere insieme voti e sostegni, o la tendenza al distinguo per rastrellare i voti dei più dissidenti. Ma, anche solo per la questione dei movimenti – confusi – dei “no vax”  non è facile muoversi. Quanto renderà alla fine a Fratelli d’Italia i dire “no” a tutto? Già Salvini sta modificando la sua posizione perché si è reso conto che certi recuperi di suffragi poi non danno alla fine una vera e concreta vittoria, come dimostra la vicenda francese della Le Pen che prende voti ma poi alla fin dei conti perde sempre. La partita a scacchi della politica è molto complessa e non è facile muovere le pedine.

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