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Ponte Morandi: un memoriale gentile

di Paolo Lingua

E’ giusto che sotto il nuovo, agile e non invasivo ponte sul Polcevera che ha ormai sostituito (mancano poche decine di metri) l’ex Morandi, crollato il 14 agosto di due anni fa portando con sè 43 vittime sorga un parco verde dai riflessi riposanti e che, sotto le pile, sorga una sorta di memoriale, a fianco dei rottami della struttura. E’ giusto e serio – concetto che va ribadito – che la memoria non si cancelli. E questo, l’architetto milanese Stefano Boeri, che ha vinto il bando per la realizzazione per parco, lo ha capito perfettamente. Il paesaggio d’una delle valli più singolari dell’area genovese cambierà e sarà più gentile. Se ripensiamo al vecchio assetto scenografico naturale ricordiamo l’invasività del vecchio ponte che quasi schiaccia le case, cancella l’orizzonte e la vista del mare e anche il poco affascinante greto del Polcevera, per buona parte dell’anno arido d’acqua, una spianata sassosa, con ciuffi d’erba disordinati, frammenti di spazzatura e nessun segno di vita.

Ora, come abbiamo già detto, le case della valle rimaste in piedi e destinate a riaccogliere abitanti legati al territorio, non sembrano più sopraffatte e il ponte si snoda leggero (merito della matita agile di Renzo Piano) restituendo luce e colori verso la foce del torrente. Sotto il ponte ci sarà il parco, una realtà che la zona non ha mai conosciuto e dove i residenti di tutte le età potranno passeggiare e incontrarsi. Sarà quindi un modo per pensare al futuro (diverso, speriamo positivo) e al tempo stesso per non dimenticare mai il passato, una delle tragedie più assurde e inconcepibili che mai si sono verificate nei nostri tempi. Un dramma, lo sappiamo tutti, che poteva essere evitato.

Strana storia quella della Valpolcevera. Una vallata a conca per secoli coltivata a orti con un monumento documentale, la famosa Tavola dove leggiamo d’una accordo giuridico su diritti di territorio e dove recuperiamo le tracce delle tribù celtiche e pre-latine. Poi il ruolo di strada per i Giovi, passaggio obbligatorio per commerci e traffico in direzione di Genova e al contrario per la Padania. E, per forza di cose, passaggio obbligatorio per eserciti e invasori dal Medioevo sino a Napoleone.

Poi, a partire dalla seconda metà del XIX secolo, ecco una mutazione quasi genetica. La vallata diventa un centro di attività industriali di ogni genere. Basterebbe ricordare il ruolo di Gaslini sino a quello del settore petrolifero (la Erg) ma con infinite presenze produttive, eclettiche e collegate alla grande crescita industriale voluta da Cavour e poi proseguita sino al secondo dopoguerra. Investimenti privati e investimenti pubblici si sono inseguiti, accanto a proposte commerciali d’ogni genere anche installate nelle frazioni aggrappate alle vallate. Facciamo altri balzi indietro e avanti nel tempo. Alle spalle di Rivarolo c’era il “campus filigosus”, una selva di felci da cui deriva il cognome Fregoso, una delle grandi famiglie dell’aristocrazia genovese. E a Mura dove è nato il secondo Doge della storia di Genova, Giovanni da Murta , un’area gentile e ombrosa dove si recava in villeggiatura la famiglia Mazzini. L’elenco dei ricordi e delle curiosità sarebbe infinito ma vale la pena di ricordare che, anche per il boom industriale, sempre nelle frazioni della valle, s’era diffusa una simpatica tradizione gastronomica, oggi forse in declino. E il declino, al di là della tragedia, è emerso con il crollo del ponte, che ha messo in luce i punti deboli d’una economia non più industriale ma che non aveva trovato negli ultimi trent’anni delle alternative di crescita. Ora, da quel che si è appreso, il ponte autostradale tornerà a funzionare entro la fine di luglio. Poi decollerà il bel parco. La bellezza e la speranza si accompagnano alla rapida ricostruzione del ponte. Un modello da imitare e da non dimenticare. Giusto avere un Memoriale simbolico nel parco sotto le pile.

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